#42 WBS e la nobile arte della scomposizione
Ascoltami qui:

Ps: questa è una semplice e grossolana trascrizione non rivisitata della puntata.

Buongiovedì e benvenuti a questa nuova puntata di spunta uno spunto.

Ieri ho fatto un’interessante chiacchierata con un’amica e mi ha esposto un problema, una situazione particolare in cui sono sicuro tanti di voi potranno ritrovarsi. Potremmo riassumere il tutto in “Cristian, hai qualche consiglio per gestire meglio i progetti, per chi si trova a dover gestire e coordinare un progetto, il team e le risorse, senza però avere le conoscenze, le competenze e l’esperienza per farlo?”

Quindi, in poche parole “Qualche spunto di project management per i non project manager che si trovano per caso e un po’ all’improvviso a dover gestire un progetto”

È un tema molto interessante, piccolo spoiler per non creare aspettative, non è il tema di oggi, o meglio, oggi tocco soltanto un pezzettino, affronto il consiglio che ritengo più importante in assoluto, o comunque uno dei punti chiave del project management. Penso che possa essere un argomento valido, anche per gli imprenditori e i liberi professionisti in ascolto. Sto pensando di scrivere una guida, o forse di farci una puntata, ma che sarebbe sicuramente più lunga del solito. Pensateci e ditemi cosa ne pensate, potrebbe interessarvi? Una guida di project management per i non project manager.

E di che cosa parliamo oggi? Oggi parliamo di scomposizione. La parola scomposizione e in generale il concetto di scomposizione dei lavori è stata la prima cosa a cui ho pensato quando questa amica mi ha chiesto un consiglio.

La scomposizione è senza dubbio una delle qualità che un project manager deve assolutamente sviluppare, dico project manager ma vale per qualsiasi manager e anche per qualsiasi leader.

Scomposizione, cosa significa?

Che cosa significa? Significa stabilito un obiettivo, o stabilito un progetto da portare a termine, individuare quelle che possono essere le fasi di lavoro o le aree di lavoro, dividere le fasi in blocchi di attività e scomporre a loro volta i blocchi fino ad arrivare alla singola attività.

Facciamo subito un esempio per non perderci ed è un esempio che ho già citato in qualche articolo. Siamo una famigliola felice che vuole organizzare il natale. (vedi articolo: OKR: definizione, cosa sono, vantaggi e consigli)

Ed ecco il nostro progetto: organizzare il natale. Dividiamo questo progetto in tre grosse categorie: addobbi, cibo e regali. Gli addobbi li scomponiamo in due: interni ed esterni. Gli addobbi interni in: albero di Natale, decorazioni in giro per casa e presepe. Il presepe lo scomponiamo finalmente in quelle che saranno le vere attività da svolgere, quindi: cercare il muschio, far spazio in una mensola, tirare fuori le statuine dallo scatolone in cantina e per ultimo assemblare il presepe.

Questo significa scomporre.

Può sembrare un’attività relativamente semplice, e in effetti non vi mentirò non stiamo parlando di fisica quantistica, ma vi posso assicurare che ci voglia un po’ di pratica prima di farla diventare un’abitudine e praticare l’arte della scomposizione con una certa dimestichezza.

Chi mi segue da un po’ saprà che non sono sempre stato gentilissimo con tutto il mondo del management tradizionale e accademico, non sarà l’ennesima puntata di sfogo contro l’eccessivo formalismo, la lentezza, l’ipercomplicazione e i processi fatti come esercizio di stile.

>> stop all’ortodossia, come diventare per davvero un’azienda flessibileAnzi, sto per citarvi uno strumento che ha più di 60 anni ed è uno dei pilastri del project management, penso che venga insegnata alla prima massimo alla seconda lezione di qualsiasi corso sul pianeta, ed è la mitica WBS, Work Breakdown structure

Come al solito vi invito a non badare al mio fantastico inglese. In fondo vivo in Svizzera da 16 anni ma dovrò pur manifestare le mie origini Italiane in qualche modo, no? sto ovviamente scherzando.

WBS: work breakdown structure

La Work breakdwon structure, la traduzione letterale dovrebbe essere struttura di scomposizione del lavoro, è nata per rendere più gestibili i progetti complessi. Stavolta non sono andato a trovarvi una statistica particolare perché pensavo di ricordarmela, invece non è così quindi vi chiedo di fidarvi e scusarmi per la superficialità, ma secondo un’analisi fatta su 1000 project manager, condotta da appunto non mi ricordo chi e appunto non mi ricordo quando, è emerso che il fallimento di un progetto è dovuto più del 40% delle volte ad una mancata o poco accurata scomposizione dei lavori.

Quali sono i vantaggi della scomposizione dei lavori?

Innanzitutto è una questione di precisione e accuratezza, specie per progetti complessi, è quasi impossibile stimare con precisione il costo e o la durata totale di un progetto, per avere una stima precisa dovremo sommare il costo e la durata delle singole attività, fino ad avere il totale.

Non a caso la WBS venne descritta per la prima volta in un documento della NASA. Come fai a stimare il costo di una trasferta spaziale o la durata per progettare uno shuttle se non sommando le singole componenti e scomponendo il lavoro?

Fingiamo che tu voglia scrivere un libro, non lo hai mai fatto in vita tua, non conosci nessuno che abbia mai scritto un libro e quindi non hai nessunissima idea delle tempistiche. Come fai a calcolare una stima? Non c’è altro modo se non con la scomposizione.

Iniziamo a dividere la scrittura del libro in 4 fasi: preparazione, scrittura, post produzione e pubblicazione.

La preparazione la dividiamo in raccolta idee, raccolta materiale, possibile scaletta, interviste e scaletta definitiva.

La scrittura in: capitolo 1, 2, 3,4,5,6, introduzione, trama e ringraziamenti. E via dicendo.

Indipendentemente dall’esperienza, andare a stimare il costo o la durata di un’attività relativamente piccola è decisamente più facile che stimare il totale di un progetto complesso, concordate?

Si ho capito Cristian ma a questo punto non posso direttamente individuare direttamente le attività sena fare la scomposizione?

E arriviamo al secondo vantaggio principale della WBS, individuare tutte le attività da svolgere, senza ambiguità e riducendo il rischio di scordarsi qualcosa.

Più un progetto è complesso e più diventa difficile riuscire ad individuare la micro-attività senza aver prima individuato delle fasi, dei blocchi e poi delle macro-attività.

Prendiamo un altro esempio comprensibile a tutti: arredare una casa vuota. Ci siamo appena trasferiti, abbiamo preso un appartamento non arredato e vogliamo comprare tutto nuovo di prima mano, quindi non ci portiamo dietro niente dall’appartamento precedente.

Immagina di dover fare una lista esatta di tutte le cose che servono senza raggruppare delle categorie o senza fare nessun tipo di scomposizione. È ovvio che ti scorderai di qualcosa. Invece, scomponendo riduciamo questo sbaglio.

Teniamo questo esempio e proviamo a fare una bozza di wbs, il progetto è: arredare una casa, dividiamo il tutto in stanze, quindi salotto, camera, bagno e cucina. La cucina la dividiamo in mobili, elettrodomestici e utensili. Gli utensili in pentole, piatti e posate, a questo punto potremo finalmente individuare la singola cosa da comprare, quindi: 5 forchette, 5 coltelli, 5 cucchiaini… e il rischio di scordarsi di 5 cucchiaini si riduce di gran lunga, perché semplicemente seguiamo una scomposizione logica, ma vi sfido ad individuare i 5 cucchiaini, e l’analogo in tutte le stanze, quindi persino le saponette del bagno, le batterie per le lampadine e gli appendi abiti senza seguire un processo del genere.

Davvero vi invito ad approfondire il tema della scomposizione e della WBS ma soprattutto fare tanta pratica. Vi ho fatto degli esempi che non sono solamente lavorativi, le occasioni per allenarsi non mancano, ma deve essere fatto.

È la base per allestire un piano d’azione sensato e ben fatto. Una volta fatta la scomposizione sarà molto più semplice stimare la durate e il costo delle attività, assegnare le responsabilità (e responsabilizzare!) alle persone, descrivere metriche ed obiettivi, supervisionare lo stato di avanzamento dei lavori, intervenire puntualmente in caso di problemi, insomma, la scomposizione è la base.

Quanto bisogna scomporre?

E quanto bisogna scomporre? qui ritorna il mio animo da manager anarchico, sapete che non ho un buon feeling con le regolette teoriche, l’unica regola sempre valida è adattarsi al contesto.

Ma per correttezza accademica vi illustro un paio di regolette e correnti di pensiero. Una è la regola del 8/80, un’attività non dovrebbe durare meno di 8 ore e più di 80. A grandi linee potrebbe anche starci, ma specie sulle 8 ore come minimo non sono d’accordo, in alcuni casi potremmo identificare delle attività molto più brevi ma fondamentali.

Oppure c’è la regola delle due settimane, nessun blocco di attività deve essere più piccolo di due settimane di lavoro. Anche qui non sono troppo d’accordo. Non lo sono perché sono regole create in contesti molto strutturati, parliamo di grandi progetti e grandi industrie.

Un’altra regola dice che non dovremmo fare più di 4 livelli di scomposizione. Su questa potrei già essere più d’accordo. O meglio, il contesto lo fa sempre da padrone, ritenete giusto avere 6 livelli di scomposizione? Fatelo, però stare sotto i 4 livelli potrebbe aiutarci per prendere confidenza ed evitare di fare un lavoro fine a se stesso o un esercizio di stile o di complicarci il lavoro nel tentativo di semplificarlo. Avere in qualche modo un paletto che ci faccia dire, alt, qui stai già andando oltre alla praticità quindi ti puoi fermare, potrebbe esserci d’aiuto, almeno le prime volte lo posso concedere.

Scomposizione: errori frequenti

Innanzitutto non coinvolgere le persone responsabili dei propri blocchi. Non può un project manager o un imprenditore scomporre il lavoro di un tecnico o del responsabile di una determinata area. Porto il mio caso, sto seguendo un Startup e stiamo creando il piano d’azione, Io non ho le competenze per scomporre, stimare costi e durate dello sviluppo del software, supporterò senza dubbio lo sviluppatore in questo compito ma è lui che ha il know how necessario.

La seconda è come ho anticipato esagerare con la scomposizione e quindi perdere del tempo prezioso in un’attività senza un reale beneficio.

Un altro sbaglio comune è mettere sullo stesso livello elementi che non stanno sullo stesso livello. Pensando all’esempio del trasloco, comprare 5 cucchiaini non sta al livello di “arredare la camera da notte”, la camera da notte è il blocco e starà al livello di “arredare la cucina”, i 5 cucchiaini che sono l’ultimo elemento della scomposizione sono alla pari del comprare 5 cuscini e 5 lenzuola per intenderci.

Per oggi è tutto, mi raccomando: scomponi!

Buona serata e ci sentiamo giovedì prossimo per una nuova puntata di spunta uno spunto, ciao!

Picture of Cristian Boin
Cristian Boin
Manager in affitto, affianco gli imprenditori nelle loro avventure. Hai un progetto da avviare o da portare avanti? Allora potrei essere il compagno di viaggio che fa al caso tuo. Trasformo le idee in piani d'azione e i progetti in obiettivi da raggiungere.

Oggi ti suggerisco queste puntate:

Disservizio al cliente spunta uno spunto ristorazione #27

Disservizio al cliente nella ristorazione #27

Disservizio al cliente nel mondo della ristorazione #27 Offrire un disservizio al cliente è uno degli errori più frequenti che vedo fare regolarmente. Negli ultimi episodi ho parlato di processi e procedure, management, gestione dei progetti, strategia, costi, margini… tutti argomenti in qualche modo complessi. Oggi parliamo proprio di disservizio al cliente. Sono tutte situazioni che potremmo evitare facilmente, basterebbe pensarci un attimo di più. Cercherò di portare dei disservizi che spero possano essere da spunto per chiunque in qualunque settore, ma la maggior parte di queste idee le ho prese dal mondo della ristorazione. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio né fare una critica settoriale. Semplicemente tutti noi siamo già stati ad un ristorante o ad un bar e quindi sono episodi in cui tutti potreste immedesimarvi. Primo disservizio frequente: smettere di erogare un prodotto o servizio prima dell’orario di chiusura.   Che fastidio quando entro in un bar per prendere un caffè, magari tre di pomeriggio, dopo un pranzo finito tardi e mi rispondono: “Mi spiace abbiamo appena pulito la macchina del caffè” La macchina bisogna pulirla quando chiudete il locale, non prima! Non esiste che un cliente ti ordini il prodotto più venduto del menù, perché parliamo di un caffè non di qualche prodotto speciale che non possiamo lasciare in magazzino, sei un bar, io al bar vado solo per prendere il caffè e tu non le vendi perché hai appena pulito la macchina? Ma stiamo scherzando? Piuttosto fammi una moka, compra una seconda macchina, fai quello che vuoi ma portami sto caffè. Altrimenti mi stai offrendo niente più e niente meno di un disservizio. Cambiamo ambito così da avere un altro punto di vista su questo disservizio, se un cliente vi manda un’email venerdì a mezzogiorno, magari è anche una comunicazione urgente, e voi rispondete solamente lunedì perché: “Ah ci dispiace venerdì pomeriggio abbiamo deciso di finire prima” Cosa vuol dire? E non lo hai nemmeno comunicato? Nel momento in cui dici siamo aperti da orario x ad orario y in queste ore devi essere disponibile e produttivo, non ci sono scuse. Non offrire il pacchetto completo: uno dei servizi è fuori uso.   Passiamo ad un altro disservizio. Sono al ristorante o al bar, devo andare in bagno ma non posso perché: “Abbiamo appena pulito il pavimento” oppure: “Ci dispiace oggi il bagno è fuori uso” Il bagno è uno dei servizi della ristorazione, se tu non me ne dai accesso è un disservizio grave, perché fa parte del pacchetto completo. Non posso andare dal massaggiatore e sentirmi dire: “Oggi non usiamo il lettino perché si è rotta una gamba, sdraiati sul pavimento”. O andare in piscina e sentirmi dire: “non puoi usare gli spogliatoi” e che faccio mi spoglio davanti a tutti? Questi sono disservizi non da poco, inviti un cliente importante in ufficio ma “la sala riunioni è in manutenzione andiamo a sederci su una panchina al parco”, ma per favore. Ogni servizio o ogni aspetto legato all’esperienza del cliente deve funzionare. Un hotel non deve aprire quando l’acqua calda non va, un parrucchiere non può aprire quando l’aria condizionata è rotta, un consulente che lavora da remoto non può fare le consulenze quando la connessione internet è scarsa. Non accettare prenotazioni e/o non prendere appuntamenti con largo anticipo.   Tocchiamo un altro disservizio classico, ovvero non accettare prenotazioni. Questo vale nella ristorazione ma anche per parrucchieri, estetisti, massaggiatori, ma anche nel B2B c’è chi non accetta appuntamenti e riunioni programmate con largo anticipo. Ci sono quei consulenti che ti dicono: “Accetto solo impegni per le prossime due settimane.” C’è un po’ questo falso mito nella ristorazione che i posti prenotati rubino spazio ad altri clienti. Innanzitutto bisognerebbe come fanno all’estero inserire una penale per chi non si presenta. Inoltre chi prenota in media è un cliente molto più spendente di altri. Io non vado spesso a cena fuori, ma quando lo faccio lo faccio per bene, siamo sempre dei gruppi numerosi, da 10-15 persone e ci coccoliamo un po’, aperitivo, antipasto, primo, secondo e dolce, qualche bella bottiglia di vino e via dicendo. E visto che le cene le organizzo quasi sempre io e in qualche modo sento la responsabilità visto che ci metto la faccia, ma col cavolo che vado in un posto dove non accettano le prenotazioni. Che faccio invito 15 amici, do appuntamento davanti al ristorante per poi magari sentirci dire: “mi spiace è tutto occupato?” E questo vale in qualsiasi settore, ripeto anche nel B2B o per chi vende servizi. Ci sono clienti che il 2 gennaio di ogni anno vogliono avere pianificato tutto l’anno a venire. Ti costa tanto accettare a gennaio un appuntamento che si svolgerà a giugno? Traduzioni sbagliate   Un altro disservizio classico e noi italiani in questo siamo maestri in tutto il mondo sono le traduzioni sbagliate. E in questo faccio ammenda io per primo perché l’inglese lo so peggio di quello che dovrei, infatti non mi metto a scrivere nulla in inglese. È assurdo che noi italiani sbagliamo a scrivere i menù in inglese in Italia, mentre i ristoranti italiani all’estero gestiti da italiani sbagliano a scrivere l’italiano. Ma è impressionante, in qualsiasi ristorante italiano all’estero e ripeto anche gestito da italiani non sanno scrivere in italiano. Sei via dall’Italia da 2 mesi e ti sei già dimenticato che fettucine non si scrive con 5 T e che si scrive vongole non vongiole. Capisco che poi ci siano italiani all’estero da tre quattro generazioni e che quindi non abbiano un italiano fluido, ma allora assumete un traduttore. Le traduzioni sono un po’ come il bagno chiuso, nel momento in cui ti metti in gioco e offri un servizio deve essere fatto decentemente. Se non le sai fare le traduzioni e sei tirchio da non investire 100 euro in un traduttore professionista non farle, sono serio, meglio non avere le traduzioni che avercele fatte mate. Questo vale per i menù al ristorante ma per qualsiasi genere di comunicazione. Anche la moda per fortuna passata di qualche anno fa

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