Chi lavora con noi crede in quello che facciamo?
Ascoltami qui:

Ps: questa è una semplice e grossolana trascrizione non rivisitata della puntata.

Chi lavora con noi crede in quello che facciamo?

Ogni persona che lavora con noi dovrebbe credere in quello che facciamo, indipendentemente dalla posizione occupata: che sia un socio in affari, un dipendente, un fornitore esterno o un freelance.

Una persona che non crede in noi sarà una persona insoddisfatta. Una persona insoddisfatta è una risorsa meno produttiva, è un collaboratore senza ambizioni che danneggia l’ambiente di lavoro rendendolo teso e poco stimolante.

Una persona che non crede in noi non parlerà bene di noi e questo è un peccato. I nostri collaboratori dovrebbero essere anche i primi promotori del nostro brand.

Che cosa significa credere in un’azienda?

1) Credere nel prodotto o servizio venduto

 

Qualche venditore potrebbe obiettare che sia una questione di professionalità, io non sono d’accordo, indossare una maschera non indica mai della professionalità. A meno che tu non sia un attore e allora la questione è diversa. Chi lavora con noi deve credere nei nostri prodotti.

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Durante le superiori feci per un anno e mezzo il promoter in una discoteca. Capitava di dover promuovere delle serate alla quale non saremmo andati nemmeno noi promoter. Magari c’era un ospite che faceva musica che non incontrava i miei gusti, quindi sapevo già che quel sabato sera sarei stato a casa o addirittura andato in un altro locale. Ed erano anche le serate in cui vendevo di meno. Non sono mai stato un bravo venditore, figuriamoci quando non c’era neanche l’entusiasmo.

Questo accadeva anche con figure più importanti, ad esempio il Dj principale voleva suonare musica dance e il titolare lo costringeva a suonare reggaeton.

Ed accade in qualsiasi ambito. Ho alcuni amici nella ristorazione. Mi è capitato di sentire loro stessi dire: “ Non ti consiglio di mangiare la pizza da noi perché non è buona” oppure “I drink che facciamo costano troppo e non valgono la pena”.

Non me la prendo con loro, sono ragazzi e devono lavorare, ma con l’imprenditore che dovrebbe assicurarsi uno staff soddisfatto e che creda nel prodotto.

La referenza negativa di un insider pesa tantissimo. Un cuoco che ti dice non venire a mangiare dove lavoro perché non è buono è micidiale, lo ascolti ad occhi chiusi, se lo dice lui che ci lavora ci credo.

Non basta avere dei collaboratori che credano nei prodotti e servizi offerti sul mercato.

2) Ambiente positivo


Le persone che lavorano con noi devono stare bene, devono sentirsi a loro agio in azienda.

Dobbiamo circondarci di collaboratori felici. Le persone devono essere felici di lavorare con noi.

Attenzione: non significa che il lavoro debba essere una pacchia, debbano esserci orari minimi, vacanze in abbondanza e ritmi mai stressanti.

C’è una relazione tra benessere e risultati ottenuti.

Ovviamente ci sarà sempre qualcuno che lavorerà unicamente per lo stipendio a fine mese, allo stesso tempo ci sono tante persone ambiziose, con voglia di fare e che associano il benessere in un’azienda anche alle performance raggiunte. Ed è proprio di queste persone che dovremmo circondarci, collaboratori che vogliono essere responsabilizzati, che vogliono mettersi in gioco e hanno voglia di crescere.

Per stare bene in un’azienda non basta avere la pausa caffè lunga o avere il titolare simpatico: la felicità del team va di pari passo con i risultati ottenuti e le performance raggiunte.

In questo senso dobbiamo essere bravi noi a rendere le persone consapevoli della loro importanza. Più una persona si sentirà valorizzata e più sarà produttiva. Una persona produttiva è una persona più efficace, una persona efficace è una persona felice.

Piccolo esempio: le persone devono sentirsi libere di poter esprimere le proprie opinioni e di proporre nuove idee o in generale. I nostri collaboratori devono sentirsi ascoltati e partecipi.

Una persona che non si sente ascoltata è una persona che lavora al di sotto del proprio potenziale. È come avere una Ferrari e non andare mai oltre i cinquanta all’ora.

3) Credere nei valori


È altrettanto importante che i nostri collaboratori credano nei nostri valori, nella nostra vision e nella nostra mission. Specialmente per le Startup, in fase iniziale è fondamentale creare un Team che creda realmente nella Startup stessa.

Lo stesso vale per progetti che puntano ad avere un impatto sociale positivo oltre che economico, diventa imprescindibile avere un team fedele ai valori del progetto.

4) Credere nei Leader


La fiducia rivolta nei leader dell’azienda diventa necessaria quando vogliamo adottare processi e procedure particolari.

Forse vorresti provare una variante del metodo Agile, allora è importante che tutte le persone credano in te, altrimenti uscirà fuori un pasticcio.

Il mese scorso ho provato con un team ristretto di persone a fare una lettura a “semi sincrono “di un libro.

Noi eravamo tutti entusiasti e volenterosi di provare questo genere di lettura. Proporre una lettura obbligatoria ad un team che non crede in quello che facciamo equivale ad imporre una tortura: la lettura non passa più, diventerebbe un incubo.

Questo vale per qualsiasi attività di team building

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Cristian Boin
Manager in affitto, affianco gli imprenditori nelle loro avventure. Hai un progetto da avviare o da portare avanti? Allora potrei essere il compagno di viaggio che fa al caso tuo. Trasformo le idee in piani d'azione e i progetti in obiettivi da raggiungere.

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Tra i contenuti di un’emittente televisivo e il video registrato da un imprenditore per fare content marketing non c’è nessun elemento in comune. Sono due sport differenti giocati con lo stesso strumento. Influencer, Youtuber e Blogger Anche in questo caso parliamo di riferimenti che operano in un mondo differente da quello aziendale. Ancora una volta abbiamo due sport diversi giocati con lo stesso strumento. Queste sono tutte professioni che vivono di visibilità. Un’azienda non vive delle dimensioni del pubblico ma della qualità di esso. Io capisco la facilità dell’inganno, un influencer vive di social network ed è quindi immediato pensare che possa essere un valido riferimento per come muoversi sui social network. Questo è un errore perché a livello strategico ed operativo cambia tutto. Vi faccio un piccolo esempio. Uno Youtuber in un video di pochi minuti potrebbe ripetere tre volte: “Ricordati di mettere mi piace al video, iscriviti al canale e attiva la campanella degli avvisi.” Un avvocato che registra un video dove spiega come funzionano le quote ereditarie non può fare una cosa del genere sarebbe una pagliacciata. Personaggi pubblici Il fatto che una persona gestisca la comunicazione di Cristiano Ronaldo non significa che sia una scelta saggia ingaggiarlo per gestire la comunicazione della tua impresa, non vuol dire nulla. Sono obiettivi completamente diversi. Qui inserisco anche cantanti e scrittori. O comunque chi vende contenuti di intrattenimento. Uno scrittore guadagna sulle copie di libri venduti e vive di questo, un consulente che pubblica un libro non guadagna un centesimo dai libri venduti, per guadagnarci bisognerebbe vendere un numero di copie altissime e di conseguenza affrontare temi di massa come i romanzi. Il libro e ne ho parlato nella puntata legata ai costi di acquisizione può servire per ripagarsi i costi di acquisizione di un cliente, andare in break-even nel processo di trasformazione di un contatto in cliente, non per marginarci. Per lo stesso motivo vi consiglio di non ingaggiare un social media manager che specializzato nella gestione dei profili degli influencer. Non che non siano bravi, anzi probabilmente a fare il loro lavoro saranno bravissimi, ma non c’entra nulla con la gestione di un profilo aziendale. Diverso è il caso in cui un professionista o un’azienda abbia competenze in entrambi i mondo. Brand storici e colossi digitali Uno dei riferimenti sbagliati più comune è quello dei grandi marchi o dei brand storici. Il fatto che Nutella, Adidas o Coca Cola implementino una determinata strategia per noi piccoli non ha davvero nessun significato. Parliamo di brand che sono riconosciuti da chiunque in qualsiasi parte del pianeta, quando ti conosce tutto il mondo e soprattutto tutto il mondo sa che cosa fai e che cosa vendi i tuoi obiettivi saranno altri. La grossa differenza tra le strategie di queste aziende e una PMI sono gli obiettivi, obiettivi che poi impostano tutta l’operatività. Un brand come Coca Cola principalmente ha l’obiettivo di ottenere sempre più visibilità, ricordarci che esistono ed essere sempre presenti. Come lo fanno? Sponsor nei programmi televisivi e nelle competizioni sportive, product placement nei film, cartelloni giganti a Times Square. E se notate anche queste pubblicità sono di solito molto semplici, magari c’è soltanto la scritta coca cola e basta. Invece una pmi non può permettersi una campagna senza un messaggio differenziante e una chiamata all’azione. Passatemi il concetto molto sempliciotto, ma possiamo dire che il marketing di questi colossi sia molto più semplice e meno strutturato rispetto all’attività che potrebbe fare un negoziante o un consulente per intenderci. possiamo invece prendere fortemente spunto dalla gestione manageriale di questi colossi. Ad esempio ritengo molto utile trarre spunto dalla loro gestione dei rischi. Formatori e coaching. Formatori e coach di qualsiasi ambito, non solo marketing e vendita, ma anche crescita personale, finanza, cura del corpo, fitness… qualsiasi genere di formazione. In particolare modo per chi ha fa formazione con un modello puramente scalabile e unilaterale. Che cosa intendo, formatori che vendono libri, video corsi, webinar pre registrate, ma è sempre un modello uno a tanti. Da chi organizza piccole mastermind o eventi dal vivo, lezioni di gruppo interattive è già diverso e possiamo prendere più ispirazione. 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